Home
 Allevamento
 Dove siamo
 Stalloni
 Fattrici
 Cuccioli
 In Memory
 Gallery
 Registro
 APBT
 Articoli
 E-mail
 Links
 
 
PARTNER
 
Articolo
 
Marzo 2006 Da: Ti presento il cane
Speciale Pit bull - La storia II° parte

Traduzioni e arrangiamenti:
Roberto Dal Molin e Abramo Calini


LA LEGGENDA DEL "BLUE PAUL"

Non c'è alcun dubbio sul fatto che il fighting dog indigeno della Scozia fosse chiamato Blue Paul.
Talvolta la parola 'Poli' veniva usata al posto di 'Paul', ma 'Poli' era anche un nome comune per definire una femmina di quella tipologia di cani o un nome d'affezione per un cane considerato "good 'un" o "ace" (un buon cane o asso).
Quando il Blue Paul migrò nell'area inglese di Tyneside fu conosciuto comunemente come "Miner's Dog" (cane del minatore), poiché generalmente erano i minatori che li possedevano e li facevano lottare.  Dipinto di Philip Reinagle, circo 1802 (particolare) --->
Nell'area inglese dello Staffordshire, i fabbri e fabbricanti di catene erano i principali praticanti di quello sport, da qui il nome "chain-makers dog" che fu utilizzato spesso per descrivere il cane lottatore inglese o English Pit Dog.
Il Blue Paul (fighting dog di Scozia) nella sua forma pura è estinto e la storia antica di questa razza è rimasta un segreto.
Sappiamo che furono tenuti in grande considerazione dagli anni 1770 fino ai primi anni 1890 in Scozia, Inghilterra e America.
L'origine del Blue Paul è oscura.
Una storia narra che un pirata di nome Paul Jones li avesse portati dall'estero alla sua città natale, Kirkcudbright, intorno al 1770.
Gli zigani del distretto di Kirkintilloch solevano tenere molti Blue Paul che owiamente facevano lottare per il loro personale divertimento.
Quando fu chiesto loro quale fosse l'origine di questa razza, sostennero che originariamente proveniva dalla costa di Galloway, il che va favore della credenza riguardante Paul Jones.

Descrizione della razza

Il colore dei Blue Paul, secondo molti autori, era di tonalità completamente blu.
Certamente c'erano molti soggetti di quel colore, ma in realtà anche il rosso chiazzato e lo striato erano colori della razza.
Un certo sig. Morison di Linlithgow aveva un Blue Paul impagliato che era appartenuto al padre, padrone di un esemplare ritratto nel 1889 e di cui si può trovare la raffigurazione in "Ash's DOGS: Their History and Development, London, 1927", chiamato Dr. Morison's Paul e visto per l'ultima volta negli anni 1920.
Questi era completamente striato e probabilmente era un parente o un discendente di Paul.
Fulton, autore del primo libro sui Bulldog, affermò che suo padre allevò Blue Paul e questi produssero cani di colore rosso fulvo, conosciuti in quei giorni come "Glasgow Smuts".
Il fighting dog di Scozia era più grosso dell'English Pit Dog.
Generalmente il suo peso si aggirava intorno alle 40 - 50 libbre (18 - 22 kg) mentre i pit dog inglesi andavano dalle 12 alle 30 libbre (5 - 14 kg).
Nella "Hutchison's Dog Encyclopedia" pubblicata a Londra nel 1934 si afferma che «tra tutti gli scritti riguardanti questa varietà ora estinta, tutti sembrano concordare sul fatto che fosse una razza canina molto intelligente, nonostante lo sport crudele per il quale veniva utilizzata.
Erano soggetti affettuosi e docili, obbedienti fino in fondo durante il loro lavoro e muti nelle circostanze più estreme.
Erano 'game' fino alla morte e con un altissimo grado di sopportazione del dolore.
La loro naturale abilità e astuzia nelle tattiche di lotta li poneva in grande considerazione nei confronti di coloro che indulgevano nello sport.
Quando un grosso cane inglese diventava celebre nei circoli inglesi di dog fighting, gli appassionati erano inclini a recarsi oltre i confini settentrionali dell'Inghilterra per acquisire avversari dai centri di dog fighting scozzesi di Glasgow, Edinburgo e Dundee».

Riflessioni sul Blue Paul

Meyrick, autore di "House Dogs and Sporting Dogs" pubblicato nel 1861 affermò: "Il Blue Paul è un cane conosciuto solo dagli appassionati di sporting dogs di Londra, essendo questo ceppo altamente considerato..." egli proseguiva dicendo che qualora i "big 'uns" (n.d.r. quelli buoni, i migliori) venivano aperti alle sfide, gli sports-men non disdegnavano di andare oltre il confine settentrionale e tornare con un Blue Paul.
Non si può dire che fossero in gran numero, ma con una somma adeguata si potevano comprare.
In Scozia, il contingente di Glasgow era un'autorità nel mondo del dog fighting. Le sfide erano solitamente lanciate in "Bell's life" e molti combattimenti importanti venivano condotti nel distretto Burnside di Rutherglen e nel distretto di Baillieston presso le rive del canale fino agli anni 1880.
Quanto segue fu registrato dallo Scozzese Sam Cameron il cui padre possedeva Blue Paul: "Le segherie in cima a Parliamentary Road, Glasgow, avevano un Blue Paul come cane da cortile e da guardia. Si chiamava Keeper. Era un cane forte di circa 50 libbre. La fratellanza irlandese del distretto teneva fighting dog che soleva esercitare nelle vicinanze, normalmente chiamavano ai cancelli i lavoratori che senza dubbio erano interessati allo sport, per informarli di ciò che i loro gladiatori canini potevano fare a Keeper. Keeper era un cane tranquillo ed il grande favorito dei lavoratori della segheria.
Senza considerare le osservazioni offensive nei confronti del loro favorito, talvolta facevano limare a un ragazzo un anello della catena di Keeper e quando i fighting dog irlandesi facevano visita, lo catena si rompeva e con un salto Keeper era già alle loro gole. Non perdeva mai lo presa e molti dei futuri 'prize ringer' (n.d.r. sostenitori, scommettitori) vedevano distrutte per sempre le speranze poste nei loro campioni".
George Ure, il naturalista scozzese conosceva bene i Blue Paul.
Era molto interessato alla razza negli anni 1850 quando il Blue Paul era popolare nell'area di Dundee. Come in Inghilterra, i fighting dog scozzesi erano tenuti dai macellai o, come venivano chiamati in quei giorni, i "fleshers".
Questi indomiti lavoratori erano inclini a far lottare e scommettere sui loro cani.
Ure racconta di un incontro che vide a Dundee: "fu l'incontro più determinato che avessi visto fino ad allora..." non ci fu rumore e quando fu deciso di fermare l'incontro, ci volle mezz'ora per separare i lottatori.
Entrambi i cani avrebbero potuto soccombere se non fossero stati divisi.

Nel prossimo articolo parleremo dell'arrivo del Blue Paul in America.
Fonti, per gentile concessione del Pit Bull Museum (www.pitbullmuseum.org):
Riviste:
National Bulldogger and Historical Review Bulldog Review
Libri:
"Ash's DOGS: Their History and Development", London, 1927 "Hutchison's Dog Encyclopedia", London, 1934

Pit bull di oggi Seminario sulla pet therapy Con il WPBC:

Carlo Cappa

Il 13 gennaio, nella Facoltà di Medicina e Chirurgia dell'Università degli Studi di Roma "Tar Vergata", all'interno del Corso di Laurea in Scienze Motorie, l'insegnamento di Pedagogia Generale tenuto dal dott. Carlo Cappa ha ospitato Abramo Calini, Presidente del Working Pit Bull Club Italia, per un seminario di divulgazione e d'approfondimento dell'iniziativa svolta dal Club presso l'Istituto Penitenziale Minorenni "Beccaria" di Milano, già divulgata dalle pagine di questo giornale.
Lidea di organizzare un seminario su questo argomento è nata dalla consapevolezza che l'iniziativa pilota nel "Beccaria" possiede grandi potenzialità in termini pedagogici, ma per il suo carattere di innovazione e sperimentazione necessita di momenti che le conferiscano sistematicità.
Per questo, grazie ad un'intensa collaborazione tra Abramo Calini e Carlo Cappa, si è deciso d'intitolare il seminario "Pet Therapy - Nuovi orizzonti della pedagogia e dell'intervento con soggetti in situazioni di rischio", cercando di mantenere uniti i due versanti della riflessione:
1) quello precipuamente cinofilo, nel quale emerge in primo piano il ruolo dell'America n Pit Bull Terrier, impiegato come cane visitatore nella struttura;
2) quello pedagogico, ove sono la sperimentazione e la struttura dell'intervento ad essere poste in analisi.
Il seminario ha visto un'ampia partecipazione degli studenti del corso, attestandosi attorno ai cinquanta soggetti; per la trattazione, giacché la maggioranza dei partecipanti era a digiuno di nozioni cinofile e di pet therapy, si è preferito far precedere all'illustrazione dell'intervento formativo un momento di affresco del contesto di riferimento, approfondendo la situazione in Italia, la normativa vigente ed anche i falsi miti che circondano l'American Pit Bull Terrier.
Successivamente si è spiegato l'intervento formativo in tutti i suoi passi, dall'emergere delle ipotesi iniziali all'individuazione degli obiettivi, dalla scelta degli strumenti ai metodi di verifica.
Tutto il seminario, inoltre, è stato seguito dagli studenti con l'ausilio di una presentazione in power point, redatto da Cappa e Calini, volto a porre in evidenza i punti salienti dell'intervento, specie per gli aspetti pedagogici.
A questo ha fatto seguito un momento di libera discussione che ha visto porre numerose domande, tanto sui cani impiegati, sulle loro specificità e sulla loro preparazione, quanto sui risultati pedagogici e sugli ulteriori possibili sviluppi dell'iniziativa; ciò ha testimoniato che quando, al di là dai luoghi comuni, troppo spesso diffusi da una superficiale informazione, si opera una seria iniziativa di approfondimento si riesce a generare un interesse genuino e spontaneo, foriero di maggiore consapevolezza.
AI fine, però, di registrare con esattezza l'impatto del seminario sugli studenti, a distanza di una settimana si è sottoposto loro un questionario anonimo, con differenti domande riguardante l'interesse generato dall'argomento specifico, la soddisfazione per il seminario, etc., domande volte a valutare la qualità dell'iniziativa nella sua interezza.
I risultati di questo questionario sottoposto a tutti gli studenti delineano una situazione molto distante da quella dipinta dai media circa la sensibilità] cinofila diffusa:
alla domanda «Come ritiene il seminario nel suo complesso?», quasi il 35% degli studenti ha risposto ottimo e più del 51 % buono, mentre alla domanda «Quanto ritiene interessante l'argomento (pet therapy)?» in una scala da uno a cinque, ove 1 era massimamente e 5 affatto, il 50% ha risposto massimamente ed il 35% molto.
Ovviamente questi risultati sono di grande soddisfazione, sia perché gli studenti non erano vicini (o lo erano casualmente) al mondo della cinofilia, sia perché dimostra che una sinergia tra soggetti differenti rappresenta una risorsa di sicuro impatto per la pedagogia, come già aveva dimostrato il Working Pit Bull Club in occasione dell'intervento formativo e come si è avuto occasione di ribadire con il grande interesse registrato in questa occasione.
Ciò fa auspicare il prosieguo di una collaborazione, finora molto fruttuosa, tra un versante di ricerca e d'approfondimento di tematiche di pedagogia generale, che trova naturale espressione nell'Università e il mondo della pet therapy, arricchito, in Italia, dalla presenza di un Club come il Working Pit Bull.
 
Vedi immagine
Sopra: una lezione dell'istruttore Giuseppe Fabbretti a scuola (v. anche Ti presento il cane N.7); sotto, ancora Fabbretti con la squadra di protezione civile e pet therapy del Working Pit Bull Club Italia.



Argomento del seminario:
Lo staff

L'intervento di un cane visitatore (l'APBT "Smoke Chinaman") al carcere minorile C. Beccaria"

STRUMENTI dell'intervento formativo:

1) presentazione del cane visitatore
2) storia della razza, selezione, caratteristiche, con ausilio di supporti audiovideo
3) dialogo con esperti del settore
4) libero momento di domande e chiarimenti

TEMPISTICA dell'intervento formativo:

1) POROSITA' dei tempi dell'intervento per non costringere nessuno a comportamenti non naturali
2) NON imporre una gerarchia nel gruppo dei ragazzi/e
3) NON indicare immediatamente un comportamento "giusto" con il cane, ma lasciarlo comprendere dall'esperienza
4) non generare attriti in un ambiente che, già di per sè, ne è ricco

OBIETTIVI SPECIFICI dell'intervento in analisi

1) rottura dell'ambiente rigido e standardizzato del carcere, offrendo l'occasione per instaurare rapporti umani differenti tramite il cane (facilitatore)
2) apprendimento intuitivo della "profezia che si autoavvera", valida per l'american pit bull terrier e anche, con le dovute cautele, per loro
3) rottura del circolo vizioso immagine/comportamento
4) apprendimento di una logica ed etica sociale attraverso il comportamento animale ("forza" e "coraggio" diversi da "violenza")
 
vietata la divulgazione o riproduzione anche parziale di testo o fotografie
<-- Torna
Iron Dog Kennel Copyright © 2003 All Rights Reserved