Speciale Pit bull - La storia
II° parte
Traduzioni e arrangiamenti:
Roberto Dal Molin e Abramo Calini
LA LEGGENDA
DEL "BLUE PAUL"
Non c'è alcun dubbio sul fatto che il fighting
dog indigeno della Scozia fosse chiamato Blue
Paul.
Talvolta la parola 'Poli' veniva usata al posto
di 'Paul', ma 'Poli' era anche un
nome comune per definire una femmina di quella
tipologia di cani o un nome d'affezione per un
cane considerato "good 'un" o "ace" (un buon
cane o asso).
Quando il Blue Paul migrò nell'area inglese di
Tyneside fu conosciuto comunemente come "Miner's
Dog" (cane del minatore), poiché generalmente
erano i minatori che li possedevano e li
facevano lottare.
Dipinto di Philip Reinagle, circo 1802
(particolare) --->
Nell'area inglese dello Staffordshire, i fabbri
e fabbricanti di catene erano i principali
praticanti di quello sport, da qui il nome "chain-makers
dog" che fu utilizzato spesso per descrivere il
cane lottatore inglese o English Pit Dog.
Il Blue Paul (fighting dog di Scozia) nella sua
forma pura è estinto e la storia antica di
questa razza è rimasta un segreto.
Sappiamo che furono tenuti in grande
considerazione dagli anni 1770 fino ai primi
anni 1890 in Scozia, Inghilterra e America.
L'origine del Blue Paul è oscura.
Una storia narra che un pirata di nome Paul
Jones li avesse portati dall'estero alla sua
città natale, Kirkcudbright, intorno al 1770.
Gli zigani del distretto di Kirkintilloch
solevano tenere molti Blue Paul che owiamente
facevano lottare per il loro personale
divertimento.
Quando fu chiesto loro quale fosse l'origine di
questa razza, sostennero che originariamente
proveniva dalla costa di Galloway, il che va
favore della credenza riguardante Paul Jones.
Descrizione della razza
Il colore dei Blue Paul, secondo molti autori,
era di tonalità completamente blu.
Certamente c'erano molti soggetti di quel
colore, ma in realtà anche il rosso chiazzato e
lo striato erano colori della razza.
Un certo sig. Morison di Linlithgow aveva un
Blue Paul impagliato che era appartenuto al
padre, padrone di un esemplare ritratto nel 1889
e di cui si può trovare la raffigurazione in "Ash's
DOGS: Their History and Development, London,
1927", chiamato Dr. Morison's Paul e visto per
l'ultima volta negli anni 1920.
Questi era completamente striato e probabilmente
era un parente o un discendente di Paul.
Fulton, autore del primo libro sui Bulldog,
affermò che suo padre allevò Blue Paul e questi
produssero cani di colore rosso fulvo,
conosciuti in quei giorni come "Glasgow Smuts".
Il fighting dog di Scozia era più grosso dell'English
Pit Dog.
Generalmente il suo peso si aggirava intorno
alle 40 - 50 libbre (18 - 22 kg) mentre i pit
dog inglesi andavano dalle 12 alle 30 libbre (5
- 14 kg).
Nella "Hutchison's Dog Encyclopedia" pubblicata
a Londra nel 1934 si afferma che «tra tutti gli
scritti riguardanti questa varietà ora estinta,
tutti sembrano concordare sul fatto che fosse
una razza canina molto intelligente, nonostante
lo sport crudele per il quale veniva utilizzata.
Erano soggetti affettuosi e docili, obbedienti
fino in fondo durante il loro lavoro e muti
nelle circostanze più estreme.
Erano 'game' fino alla morte e con un altissimo
grado di sopportazione del dolore.
La loro naturale abilità e astuzia nelle
tattiche di lotta li poneva in grande considerazione nei confronti di coloro che indulgevano
nello sport.
Quando un grosso cane inglese diventava celebre
nei circoli inglesi di dog fighting, gli
appassionati erano inclini a recarsi oltre i
confini settentrionali dell'Inghilterra per
acquisire avversari dai centri di dog fighting
scozzesi di Glasgow, Edinburgo e Dundee».
Riflessioni sul Blue Paul
Meyrick, autore di "House Dogs and Sporting Dogs"
pubblicato nel 1861 affermò: "Il Blue Paul è un
cane conosciuto solo dagli appassionati di
sporting dogs di Londra, essendo questo ceppo
altamente considerato..." egli proseguiva
dicendo che qualora i "big 'uns" (n.d.r.
quelli buoni, i migliori) venivano aperti alle
sfide, gli sports-men non disdegnavano di andare
oltre il confine settentrionale e tornare con un
Blue Paul.
Non si può dire che fossero in gran numero, ma
con una somma adeguata si potevano comprare.
In Scozia, il contingente di Glasgow era
un'autorità nel mondo del dog fighting. Le sfide
erano solitamente lanciate in "Bell's life" e
molti combattimenti importanti venivano condotti
nel distretto Burnside di Rutherglen e nel
distretto di Baillieston presso le rive del
canale fino agli anni 1880.
Quanto segue fu registrato dallo Scozzese Sam
Cameron il cui padre possedeva Blue Paul: "Le
segherie in cima a Parliamentary Road, Glasgow,
avevano un Blue Paul come cane da cortile e da
guardia. Si chiamava Keeper. Era un cane forte
di circa 50 libbre. La fratellanza irlandese del
distretto teneva fighting dog che soleva
esercitare nelle vicinanze, normalmente
chiamavano ai cancelli i lavoratori che senza
dubbio erano interessati allo sport, per
informarli di ciò che i loro gladiatori canini
potevano fare a Keeper. Keeper era un cane
tranquillo ed il grande favorito dei lavoratori
della segheria.
Senza considerare le osservazioni offensive nei
confronti del loro favorito, talvolta facevano
limare a un ragazzo un anello della catena di
Keeper e quando i fighting dog irlandesi
facevano visita, lo catena si rompeva e con un
salto Keeper era già alle loro gole. Non perdeva
mai lo presa e molti dei futuri 'prize ringer' (n.d.r.
sostenitori, scommettitori) vedevano distrutte
per sempre le speranze poste nei loro campioni".
George Ure, il naturalista scozzese conosceva
bene i Blue Paul.
Era molto interessato alla razza negli anni 1850
quando il Blue Paul era popolare nell'area di
Dundee. Come in Inghilterra, i fighting dog
scozzesi erano tenuti dai macellai o, come
venivano chiamati in quei giorni, i "fleshers".
Questi indomiti lavoratori erano inclini a far
lottare e scommettere sui loro cani.
Ure racconta di un incontro che vide a Dundee:
"fu l'incontro più determinato che avessi visto
fino ad allora..." non ci fu rumore e quando fu
deciso di fermare l'incontro, ci volle mezz'ora
per separare i lottatori.
Entrambi i cani avrebbero potuto soccombere se
non fossero stati divisi.
Nel prossimo articolo parleremo dell'arrivo del
Blue Paul in America.
Fonti, per gentile concessione del Pit Bull
Museum (
www.pitbullmuseum.org):
Riviste:
National Bulldogger and Historical Review
Bulldog Review
Libri:
"Ash's DOGS: Their History and Development",
London, 1927 "Hutchison's Dog Encyclopedia",
London, 1934
Pit bull
di oggi Seminario sulla pet therapy
Con il WPBC:
Carlo Cappa
Il 13 gennaio, nella Facoltà di Medicina e
Chirurgia dell'Università degli Studi di Roma "Tar
Vergata", all'interno del Corso di Laurea in
Scienze Motorie, l'insegnamento di Pedagogia
Generale tenuto dal dott. Carlo Cappa ha
ospitato Abramo Calini, Presidente del Working
Pit Bull Club Italia, per un seminario di
divulgazione e d'approfondimento dell'iniziativa
svolta dal Club presso l'Istituto Penitenziale
Minorenni "Beccaria" di Milano, già divulgata
dalle pagine di questo giornale.
Lidea di organizzare un seminario su questo
argomento è nata dalla consapevolezza che
l'iniziativa pilota nel "Beccaria" possiede
grandi potenzialità in termini
pedagogici, ma per il suo carattere di
innovazione e sperimentazione necessita di
momenti che le conferiscano sistematicità.
Per questo, grazie ad un'intensa collaborazione
tra Abramo Calini e Carlo Cappa, si è deciso
d'intitolare il seminario "Pet Therapy - Nuovi
orizzonti della pedagogia e dell'intervento con
soggetti in situazioni di rischio", cercando di
mantenere uniti i due versanti della
riflessione:
1) quello precipuamente cinofilo, nel quale
emerge in primo piano il ruolo dell'America n
Pit Bull Terrier, impiegato come cane visitatore
nella struttura;
2) quello pedagogico, ove sono la sperimentazione e la struttura dell'intervento ad
essere poste in analisi.
Il seminario ha visto un'ampia partecipazione
degli studenti del corso, attestandosi attorno
ai cinquanta soggetti; per la trattazione,
giacché la maggioranza dei partecipanti era a
digiuno di nozioni cinofile e di pet therapy, si
è preferito far precedere all'illustrazione
dell'intervento formativo un momento di affresco
del contesto di riferimento, approfondendo la
situazione in Italia, la normativa vigente ed
anche i falsi miti che circondano l'American Pit
Bull Terrier.
Successivamente si è spiegato l'intervento
formativo in tutti i suoi passi, dall'emergere delle ipotesi iniziali all'individuazione
degli obiettivi, dalla scelta degli strumenti ai
metodi di verifica.
Tutto il seminario, inoltre, è stato seguito
dagli studenti con l'ausilio di una
presentazione in power point, redatto da Cappa e
Calini, volto a porre in evidenza i punti
salienti dell'intervento, specie per gli aspetti
pedagogici.
A questo ha fatto seguito un momento di libera
discussione che ha visto porre numerose domande,
tanto sui cani impiegati, sulle loro specificità
e sulla loro preparazione, quanto sui risultati
pedagogici e sugli ulteriori possibili sviluppi
dell'iniziativa; ciò ha testimoniato che quando,
al di là dai luoghi comuni, troppo spesso
diffusi da una superficiale informazione, si
opera una seria iniziativa di approfondimento si
riesce a generare un interesse genuino e
spontaneo, foriero di maggiore consapevolezza.
AI fine, però, di registrare con esattezza
l'impatto del seminario sugli studenti, a
distanza di una settimana si è sottoposto loro
un questionario anonimo, con differenti domande
riguardante l'interesse generato dall'argomento
specifico, la soddisfazione per il seminario,
etc., domande volte a valutare la qualità
dell'iniziativa nella sua interezza.
I risultati di questo questionario sottoposto a
tutti gli studenti delineano una situazione
molto distante da quella dipinta dai media circa
la sensibilità] cinofila diffusa:
alla domanda «Come ritiene il seminario nel suo
complesso?», quasi il 35% degli studenti ha
risposto ottimo e più del 51 % buono, mentre
alla domanda «Quanto ritiene interessante
l'argomento (pet therapy)?» in una scala da uno
a cinque, ove 1 era massimamente e 5 affatto, il
50%
ha risposto massimamente ed il 35% molto.
Ovviamente questi risultati sono di grande
soddisfazione, sia perché gli studenti non erano
vicini (o lo erano casualmente) al mondo della
cinofilia, sia perché dimostra che una sinergia
tra soggetti differenti rappresenta una risorsa
di sicuro impatto per la pedagogia, come già
aveva dimostrato il Working Pit Bull Club in
occasione dell'intervento formativo e come si è
avuto occasione di ribadire con il grande
interesse registrato in questa occasione.
Ciò fa auspicare il prosieguo di una
collaborazione, finora molto fruttuosa, tra un
versante di ricerca e d'approfondimento di
tematiche di pedagogia generale, che trova
naturale espressione nell'Università e il mondo
della pet therapy, arricchito, in Italia, dalla
presenza di un Club come il Working Pit Bull.